Un lavoro certosino di ricerca e ricostruzione storica sulla base di notizie e documenti antichi ritrovati all’ Archivio Storico del comune di Acireale, alla Biblioteca Zelantea e attraverso la consultazione di libri di autori vari sulla storia e sull’arte di Acireale sta a fondamento del volume “I Mascheroni di pietra. Acireale Barocca” di Rosa Barbagallo e Gaetana Sciuto, edito da “La Voce dell’Jonio”.

Il volume è stato presentato lo scorso 28 marzo ad Acireale, nella Sala C. Cosentini dell’Accademia Zelantea, davanti ad un pubblico attento e numeroso. Sono intervenuti all’incontro, oltre all’editore Giuseppe Vecchio, il presidente dell’Accademia Zelantea dott. Michelangelo Patanè, la direttrice della Zelantea dott.ssa Maria Concetta Gravagno. Anche l’on. Nicola D’Agostino, il presidente del consiglio comunale dott. Michele Greco, i consiglieri Alfio Messina, Antonio Musmeci, Sara Pittera, Simona Postiglione e Teresa Pizzo. Antonio Garozzo, direttore di Etna Channel, ha dialogato con le autrici.

“I mascheroni di pietra” perfetto connubio tra scrittura e fotografia
Il connubio perfetto tra Rosa Barbagallo che ha curato lo scritto e Gaetana Sciuto “una innamorata della macchina fotografica che ha saputo unire la quantità alla qualità delle foto”, ha permesso di realizzare questa preziosa pubblicazione.
Centoundici pagine ricche di storia e di fotografie che rimandano il lettore al tempo del “terremoto di Val di Noto”, o “terremotu ranni” del 1693, che rase al suolo Acireale provocando 739 vittime e la distruzione dei due terzi degli edifici.

La città ionica non si arrese e, grazie alla collaborazione tra il ceto nobiliare e quello imprenditoriale, diede inizio alla sua ricostruzione. Tanti possidenti e chiunque ne avesse la possibilità economica, iniziarono a ristrutturare o a realizzare una nuova tipologia architettonica. Palazzi arricchiti da innumerevoli mascheroni dalle sembianze antropomorfe e zoomorfe scolpiti negli architravi, negli stipiti, nei balconi barocchi e nelle mensole.
>Vere e proprie maschere teatrali dalle bocche spalancate e “dall’espressione aggressiva, feroce, brutale che vennero disseminate nel centro storico con lo scopo di terrorizzare i sismi per salvare i fabbricati. Ogni proprietario aveva il suo mascherone personale del quale si fidava ciecamente, come se fosse un affezionato cane da guardia”. – Così scrive Giuseppe Contarino nella prefazione del libro.

I mascheroni di pietra servivano a tenere lontani gli spiriti maligni
C’era anche la credenza popolare che sull’uscio di casa risiedessero chissà quali divinità. E da qui nasceva l’esigenza di collocarvi dei mascheroni per esorcizzare le paure e combattere gli spiriti maligni. Una sorta di meccanismo di difesa che oggi appare superato. Si tratta di manufatti di “lapidum incisores” realizzati da intagliatori e scultori della pietra nera dell’Etna e della pietra bianca di Siracusa.
Tra i lapicidi acesi ricordiamo i D’Amico, i Flavetta tra i messinesi e i Palazzotto attivi nel panorama catanese.
Il percorso di ricerca delle autrici non si ferma al solo centro storico di Acireale. La Barbagallo e la Sciuto sono infatti andate a Londra, dove nell’omonimo Museo delle Scienze si sono ritrovate dinanzi a delle immagini stilizzate simili per qualche aspetto ai mascheroni acesi. Raffrontandole per scoprirne analogie e peculiarità sono arrivate alla conclusione che le emozioni di base come il disgusto, la rabbia, la felicità, la tristezza, la sorpresa, la paura… sono uguali in tutti i popoli, in tutti i Paesi del mondo e in tutte le epoche.
>I lapicidi dunque hanno non solo saputo cogliere le espressioni e le emozioni umane ma le hanno anche sapute rappresentare con singolare abilità in blocchi di pietra che rientrano a pieno titolo nel concetto di beni culturali.
Caterina Maria Torrisi